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La finestra sul cortile. Un’analisi a quattro livelli

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Manifesto delluscita nelle sale

 

[Attenzione spoiler]

 

Non è così difficile riconoscere un capolavoro: elementi tecnici impeccabili, sceneggiatura senza intoppi, interpreti all’altezza e significati profondi, tali da consentire al film di imporsi nel proprio genere e, al contempo, di andare oltre. Eppure quanti capolavori del cinema non sono stati compresi al momento della loro uscita? Moltissimi. Uno di questi è proprio “Rear Window” (1954), tradotto in Italia con “La finestra sul cortile”. Snobbato dalla critica, è diventato col tempo un film iconico, che sviluppa contemporaneamente ben quattro livelli di interpretazione, il tutto condito dalla celebre “suspense” di uno dei più grandi registi di sempre, Alfred Hitchcock, il “maestro del brivido”.

 

La trama

La vicenda si svolge in un piccolo appartamento nel cuore di New York, dove il fotoreporter L.B. Jefferies, per gli amici “Jeff”, è immobilizzato su una sedia a rotelle, con una gamba ingessata. Accudito dall’infermiera Stella e dalla fidanzata Lisa, l’uomo, insofferente e annoiato, comincia a osservare quello che accade negli appartamenti dei vicini, spiando nella loro vita privata. Si convince che uno dei suoi dirimpettai, Lars Thorwald, abbia ucciso la moglie, liberandosi del cadavere durante la notte. Inizialmente nessuno gli crede, neanche l’amico Tom, investigatore, ma le prove cominciano ad emergere e la situazione si fa sempre più rischiosa…

 

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James Stewart (Jeff), Grace Kelly (Lisa) e il regista Alfred Hitchcock sul set del film

 

Gli aspetti tecnici

Una caratteristica che balza subito all’occhio è il fatto che tutte le riprese siano state realizzate dall’appartamento di Jeff: grazie ad un insuperabile utilizzo della soggettiva, ciò che viene mostrato coincide con ciò che lui è in grado di vedere dalla finestra, nulla di più. Un approccio totalmente diegetico, insomma, in cui anche ciò che sentiamo è uguale a ciò che sente il protagonista, dato che la colonna sonora è relegata ai titoli di apertura e chiusura. Una piccola eccezione a tale soggettiva si coglie all’inizio, quando la cinepresa si muove dal cortile per rivelare il volto di Jeff, circondato dagli oggetti che ne connotano la professione. Tutto senza parole, a sottolineare fin da subito l’essenzialità che pervade l’opera. Eppure, per ricreare nel modo più fedele possibile il “cortile”, gli sforzi furono enormi: l’intero film fu girato all’interno degli Studios della Paramount a Hollywood, in un unico set, lungo 56 metri, per 30 di larghezza, alto 12, di cui 9 sotto terra, con ben 31 appartamenti, otto dei quali arredati e funzionanti. Quattro set di luci, per un totale di circa mille fari, venivano montati e smontati a seconda dei diversi momenti della giornata da riprodurre: mattina, pomeriggio, tramonto e notte.

 

Primo livello: la lettura sociologica

È quasi come se Hitchcock avesse voluto ricreare un teatro, o meglio, descrivere il grande teatro della vita. In questo primo livello di analisi il cortile è un “micro-mondo”, un campionario di individui e relazioni che il regista analizza per mettere in luce la società moderna, variegata, rumorosa e permeata di solitudine. Il racconto di Cornell Woolrich da cui è tratto il film risultava piuttosto debole sotto questo aspetto, perciò Hitchcock collaborò strettamente con lo sceneggiatore, John Michael Hayes, allo scopo di introdurre alcune figure funzionali a questo tipo di considerazioni, prima fra tutti Lisa, magnificamente interpretata da Grace Kelly.
La fidanzata di Jeff è il prototipo della donna moderna, attiva, emancipata, libera (come intuibile dal cognome “Freemont”), che prende l’iniziativa e porta avanti il rapporto di coppia, riuscendo alla fine nel suo intento di “conquista”. Jeff è invece il prototipo dell’uomo moderno, maturo, ma non ancora sposato, anzi, scettico sul matrimonio, un po’ cinico, costantemente annoiato, fisicamente debole, ma tecnologicamente forte.
Ma c’è dell’altro: Jeff è interessato al mondo esterno, ma vi partecipa “virtualmente”, attratto e distratto allo stesso tempo dalla “finestra”, ovvero dallo “schermo” di fronte a lui. Uno schermo televisivo, nelle intenzioni del regista, ma che oggi possiamo identificare anche nel computer e nello smartphone, strumenti che permettono di accedere a contenuti sempre più sensazionalistici, nonché di violare la privacy altrui. A questo proposito, Hitchcock cita esplicitamente un quadro del grande artista americano Edward Hopper, “Night Windows”, in cui la donna che si intravede dalla finestra, in posa provocante, viene riprodotta nel film dalla ballerina Miss Torso. Così come Hopper aveva colto, con una certa ironia, le conseguenze della maggiore “apertura” del mondo moderno, così Hitchcock ci fa riflettere sull’inevitabile “voyeurismo” sempre più diffuso dalle nuove tecnologie. Riecheggiano le parole, divenute celebri, dell’infermiera Stella: “Siamo diventati una razza di guardoni”.

 

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Edward Hopper, “Night Windows” (1928), olio su tela, 73,7 x 86,4 cm, MoMA, New York

 

Secondo livello: la lettura meta-cinematografica

Che “La finestra sul cortile” sia un film sul concetto stesso di cinema è una riflessione già effettuata da diversi critici e cineasti, a partire da François Truffaut, celebre regista della Nouvelle Vague, che lo dichiarò già nel lontano 1962. Una seconda lettura, quella “meta-cinematografica”, del resto suggerita dalla presenza, nel film, di numerosi strumenti di ripresa, ovvero macchine fotografiche, obiettivi, binocoli, diapositive, fino ai flash con cui il fotoreporter cerca disperatamente di salvarsi nel finale.
In questo livello interpretativo, Jeff rappresenta noi stessi seduti di fronte allo schermo cinematografico, immobili ad osservare una vicenda, partecipandovi emotivamente, cercando di capire cosa stia succedendo, ma senza possibilità di intervenire. Un’immedesimazione creata soprattutto dalla sostanziale coincidenza fra il nostro sguardo e quello del protagonista, nonché sottolineata dalla scelta dell’attore principale – il bravissimo James Stewart – che rappresentava agli occhi del pubblico quell’“uomo comune” così presente nella produzione hitchcockiana. Il suo “voyeurismo”, in quest’ottica, altro non è che il nostro piacere di osservare fatti e personaggi di un’opera cinematografica, con una curiosità inevitabile ed intrinseca.
Inoltre, vediamo come il regista stesso interpreti il film come una composizione di tanti piccoli “film”, alcuni comici, altri tragici, che si sviluppano contemporaneamente in senso cronologico, mentre procedono spazialmente dal lato sinistro a quello destro del cortile, dalla coppietta di sposini al cantautore in crisi, per intenderci. Le due vicende principali restano comunque la problematica storia d’amore tra Jeff e Lisa ed il misterioso omicidio della signora Thorwald.

 

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James Stewart (Jeff)

 

Terzo livello: la lettura psicoanalitica

Un terzo livello di analisi emerge direttamente dal titolo originale: Rear Window [“finestra sul retro”, ndr] ripropone la “porta sul retro” de “Lo strano caso del Dottor Jekyll e del Signor Hyde” (1886) di Robert L. Stevenson. Nel celebre racconto dello scrittore scozzese, quella porta dava proprio su un misterioso cortile e il buon dottore vi usciva trasmutato nel suo orribile doppio. Il “retro”, insomma, identifica, ora come allora, la parte nascosta e irrazionale dell’individuo.
In quest’ottica, l’azione di “osservare” il cortile diventa un vero e proprio sguardo di Jeff nel proprio inconscio, dominato da pulsioni. Dal suo appartamento, che rappresenta la sua piccola sfera razionale, Jeff cerca di interpretare immagini frammentarie e oniriche. I personaggi che popolano il cortile sono in realtà proiezioni della sua mente, cioè personificazioni di desideri e paure prevalentemente legati al rapporto di coppia. Miss Torso, ad esempio, rappresenta il desiderio sessuale, Cuore Solitario la paura della solitudine, il cantautore il timore del fallimento. Lars Thorwald, che già dal nome evoca qualcosa di arcano e istintuale, è addirittura il suo “alter-ego”, col quale alla fine si dovrà confrontare. Tale complementarità è manifestata anche dalla loro condizione: l’uno inattivo e accudito, l’altro fin troppo attivo nell’accudire la moglie.
Secondo questa lettura, l’infermiera Stella e il detective Tom rappresentano non solo il “buon senso”, ma l’insieme di regole che fanno capo al concetto freudiano di Super-ego. E Lisa? Finché rimane nella “sfera razionale”, non produce desiderio e risulta poco attraente. È un’immagine ideale, limpida, che non riesce ad accedere alla dimensione “sporca” della mente di Jeff. Ed è per questo che Lisa riuscirà a farsi desiderare solo quando “scenderà nel cortile”, con un’azione sorprendente, audace e pericolosa. Si tratta di un geniale artificio con cui la donna “innesta” – per usare un termine alla Christopher Nolan – un’immagine di sé non del tutto corrispondente alla realtà, tanto che nella sequenza finale, l’inganno è manifesto dalla sostituzione della rivista d’avventura con quella di moda. Un “innesto”, fra l’altro, anche della tanto agognata idea del matrimonio, evidente quando Lisa agita la fede della moglie di Thorwald al proprio dito.

 

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Grace Kelly (Lisa)

 

Quarto livello: la lettura filosofica

Da queste premesse si può giungere ad un ultimo livello interpretativo, di stampo marcatamente filosofico. Emergono infatti diversi interrogativi etici ed epistemologici, ovvero su cosa sia giusto e su cosa possiamo realmente conoscere. Si parte da considerazioni semplici, ma molto attuali, ad esempio se sia corretto violare la privacy altrui per smascherare un crimine, fino a domande più complesse ed esistenziali, ad esempio se si possa davvero conoscere qualcosa in modo oggettivo. E se, come diceva Schopenhauer, la realtà fosse davvero pura rappresentazione?
Un discorso particolare riguarda la riflessione estetica, legata essenzialmente alla figura di Lisa. Il nome, Lisa, come la canzone composta dal cantautore [la hit degli anni ’50 “Mona Lisa” di Livingston & Evans, ndr] rimandano alla Gioconda, celeberrimo dipinto di Leonardo. Così come il quadro è espressione di un concetto assoluto, così Lisa è un’immagine di bellezza totale. La sua entrata in scena avviene al buio, quando Jeff sta dormendo: è un’apparizione che by-passa la sfera razionale e colpisce gli aspetti istintuali; infatti, lei chiede come sta la gamba, lo stomaco e la vita sessuale, elementi rappresentativi degli istinti di base, ovvero sopravvivenza, alimentazione e riproduzione; è un approccio dotato di una forte carica erotica, la quale però si esaurisce al riaccendersi delle luci dell’appartamento o, meglio, della ragione. Una bellezza che diventerà completa quando entrerà in azione, mostrando il suo vero temperamento.
E Jeff? Potrebbe essere visto come un Demiurgo, immobilizzato, impegnato a sorvegliare e punire gli uomini; una figura che presenta una certa analogia con l’architetto Varelli del film “Inferno” di Dario Argento. Si potrebbe continuare, identificando l’intera struttura filmica come un rigido sistema gnostico, ma questo farebbe perdere al film quel mistero che siamo riusciti solo in parte a comprendere.

 

[Disclaimer]

La locandina si può trovare al seguente link.
Le immagini mostrate in questo articolo provengono dal libro “Edward Hopper, Transformation of the Real” di Rolf G. Renner  (TASCHEN GmbH, 2021) e dai seguenti siti web: link, link e link.
Si tratta di immagini protette da copyright e sono qui mostrate a puro scopo esemplificativo, senza alcuna finalità commerciale.

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2 risposte

    1. Grazie mille Stefano per il feedback e l’apprezzamento!
      Non preoccuparti: prima o poi parleremo anche di Matrix…

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