
“Conosco un solo dovere ed è quello di amare” (Albert Camus)
[Attenzione spoiler]
Nel cinema di Carlo Verdone si percepisce sempre qualcosa di profondamente umano: tenerezza, fragilità, inquietudine. I suoi personaggi sono protagonisti di commedie divertenti, spesso esilaranti, ma in fondo permeate da una sottile malinconia e da una costante riflessione sui sentimenti.
Ciò è particolarmente evidente in quattro film iconici degli anni ’80, al contempo quattro stagioni della vita e dell’anima: “Borotalco”, “Acqua e Sapone”, “Io e mia sorella”, “Compagni di scuola”. Un viaggio che parte dalla primavera dell’illusione e arriva all’inverno della disillusione, passando per tutte le sfumature che mostrano la rara sensibilità di questo autore, capace di raccontare la vulnerabilità meglio di chiunque altro.

BOROTALCO: LA PRIMAVERA
“Borotalco” (1982) è un film di svolta non solo per la carriera di Verdone, ma per tutta la commedia italiana, al tempo ormai orfana dei grandi fasti del passato. Il regista ha saputo recuperare alcuni stilemi tradizionali, inserendoli però in una cornice moderna e frizzante, contaminata da uno spirito d’Oltreoceano. L’originale accompagnamento musicale firmato dagli Stadio e, addirittura, dal grande Lucio Dalla – filo conduttore dell’intera pellicola – ha contribuito al successo del film, così come la notevole performance della compianta Eleonora Giorgi. Un talento straordinario, quello dell’attrice romana, manifestato nei generi più svariati, come testimonia l’interpretazione nel cult “Inferno” (1980) di Dario Argento.
Nato dalla lungimiranza del produttore Mario Cecchi Gori e frutto di estenuanti scritture e riscritture, “Borotalco” è un’opera sulla metamorfosi, sulla tentazione di diventare qualcun altro per sfuggire ad una soffocante banalità, nella speranza di trovare la propria strada nella vita. Verdone interpreta Sergio, il timido e impacciato protagonista, che vive un’improvvisa “rinascita”, un’irresistibile ma effimera esplosione di vita. Qualcosa di “impalpabile”, del resto insito nel titolo stesso del film, aleggia nell’aria e alla fine lo conduce, seppur amaramente, verso una maggiore consapevolezza.
Un film fresco e primaverile, dove la primavera descrive più che altro lo stato mentale del protagonista: Sergio, dapprima “congelato” in un letargo esistenziale, coglie l’occasione per “risvegliarsi” vestendo i panni del fantomatico Manuel Fantoni, insuperabile emblema della mitomania contemporanea. Con entusiasmo ed ingenuità, egli si confronta con l’amore spontaneo per Nadia, sognatrice intrappolata in un’esistenza stereotipata. Un finale aperto, agrodolce, mostra finalmente i personaggi senza maschere, per ciò che sono realmente, nel bene e nel male.
“Borotalco” è la storia di persone comuni, di identità che tentano di sbocciare. Una speranza che ben rappresenta il mondo “leggero”, scintillante e fiducioso, di inizio anni ’80, ormai libero dagli scontri e dalle pressioni degli “Anni di piombo”, sospinto verso un futuro apparentemente fulgido.

ACQUA E SAPONE: L’ESTATE
“Acqua e Sapone” (1983) è senza dubbio uno dei film più amati di Verdone, rimasto nell’immaginario collettivo per le irresistibili gag e gli interpreti iconici, prima fra tutti l’inimitabile Elena Fabrizi, nota con lo pseudonimo di Sora Lella. Un cast perfetto, illuminato dalla bellezza dell’esordiente Natasha Hovey, nei panni della protagonista, oltre che impreziosito da un’attrice di grande fascino come Florinda Bolkan; quest’ultima già interprete di numerosi film di successo, come lo straordinario “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” (1970) di Elio Petri.
In “Acqua e Sapone” ricompaiono alcuni elementi di “Borotalco”, a partire dalla colonna sonora degli Stadio, questa volta accompagnati dal talento e dalla sensibilità del giovane Vasco Rossi. Ritroviamo anche l’atmosfera luccicante dei primi anni ’80, qui ancora più evidente, dato che il film si sviluppa nel mondo della moda, il cui carattere spietato e iper-competitivo è stato oggetto, nel tempo, di diverse pellicole, ad esempio “The Neon Demon” (2016) di Nicolas Winding Refn. In particolare, lo spunto delle vicende narrate è costituito da un triste fenomeno nato proprio in quegli anni, in cui ragazzine erano forzatamente trasformate dai genitori in seducenti modelle. Il contrasto tra la bellezza naturale, spontanea e priva di volgarità – cristallizzata nel titolo stesso del film – e quella artificiale, mediatica, conferisce al film un carattere profondamente educativo. Una lezione che riguarda anche esperienze, emozioni, sentimenti, come quelli autentici vissuti dai due protagonisti.
Verdone qui interpreta Rolando, insegnante senza prospettive, costretto a lavorare come bidello. Si improvvisa prete per fare da precettore a Sandy, giovane modella americana. La verità, tuttavia, non tarda a venire alla luce, rivelando il valore irripetibile di un incontro capace di trasformare la sua esistenza e accompagnarlo verso la maturità. La poesia “A Silvia” di Leopardi, recitata all’inizio del film in un contesto fortemente comico, introduce fin da subito il tema centrale dell’amore impossibile che, in fondo, è la più alta forma di amore romantico. È il segno dell’incomunicabilità tra mondi lontani e incompatibili; un motivo trattato, seppur in forme differenti, anche nello straordinario “Witness – Il testimone” (1985) di Peter Weir.
In “Acqua e Sapone” la luce è protagonista: quella falsa dei flash e dei riflettori, contrapposta a quella vera del Sole. Una luce abbagliante che diventa calore, energia, desiderio di vita. Ci troviamo così di fronte ad un film profondamente estivo, una “vacanza” in cui il tempo è dilatato, in cui tutto sembra sospeso ed eterno. Un’estate splendida, nitida, folgorante, talmente intensa da non poter durare a lungo.

IO E MIA SORELLA: L’AUTUNNO
Autunno è la parola che meglio descrive il tono emotivo di “Io e mia sorella” (1987). È la stagione del ritorno alle responsabilità dopo il riposo e il divertimento estivi, ma è anche il tempo delle “intemperie”, che mettono alla prova il radicamento degli affetti. Siamo ormai lontani dalla spensieratezza dei primi anni ’80 e un senso di cambiamento e incertezza attraversa l’intera pellicola.
Verdone interpreta Carlo, mite e abitudinario suonatore d’oboe, sposato con Serena, violoncellista, a cui Elena Sofia Ricci conferisce un tocco tanto sofisticato quanto glaciale. I due vivono a Spoleto, dove trascorrono un’esistenza all’apparenza tranquilla e appagante, ma in realtà monotona e anestetizzata. La morte della madre di Carlo, descritta attraverso una sospensione temporale di grande delicatezza, rappresenta l’evento che lo costringe a fare i conti con il passato e a riallacciare i rapporti con la sorella Silvia, che non vede da anni.
L’arrivo della ragazza, interpretata magnificamente da Ornella Muti, sconvolge la vita del fratello, proprio come un cambio repentino di clima. Impulsiva, irrequieta, sempre in fuga, Silvia incarna un principio di disordine e caos, ma anche di vita, di fronte al quale Carlo non può rimanere indifferente. Costretto a rivedere le proprie certezze, egli comincia a riflettere su sé stesso, su ciò che conta davvero, sulla reale autenticità dei suoi legami.
Da sempre comprensivo e indulgente, Carlo scopre però che Silvia ha lasciato un figlio in Ungheria, Zoltán. È la goccia che fa traboccare il vaso. I due si recano quindi a Budapest e riescono, dopo varie peripezie, a riportare a casa il bambino. Ma non finisce qui: Carlo viene trascinato fino a Brighton, in Inghilterra, per salvare la sorella dall’ennesima falsa relazione, questa volta con una pseudo-rock star. Carlo, abbandonato dalla moglie, comprende così il valore dell’amore incondizionato. È qui che il film mostra il vero significato del voler bene a qualcuno.
Verdone costruisce una storia matura, dove il dramma comincia a farsi strada nella commedia, in cui le scene divertenti sono spesso pretesti per trattare tematiche sociali complesse, come il matrimonio, l’affidamento dei figli, la sessualità. Quest’ultima già accennata, con particolare sensibilità, anche nel film precedente.
“Io e mia sorella” è, in definitiva, un film che esplora il tema della responsabilità nella nostra società, e lo fa con un accenno autobiografico: non è un caso che i protagonisti si chiamino Carlo e Silvia, che sono proprio i nomi, nella vita reale, di Verdone e sua sorella.

COMPAGNI DI SCUOLA: L’INVERNO
Le foglie cadute in “Io e mia sorella” preparano il terreno al gelo di “Compagni di scuola” (1988), il capolavoro di Verdone. Ispirato da una sua esperienza personale – una rimpatriata tra vecchi compagni di liceo – è un film corale, dove emerge fin da subito l’abilità del regista nel gestire un cast numeroso, tra cui spiccano Nancy Brilli, Massimo Ghini, Athina Cenci e Christian De Sica. Ricompaiono anche Eleonora Giorgi e Natasha Hovey, a sottolineare la volontà di chiudere un cerchio. Se però nei film precedenti sopravvivono speranze e sentimenti autentici, ora invece tutto si mostra freddo e irrigidito, descritto nella sua rigorosa e limpida realtà. Non c’è più spazio per l’amore.
I compagni rappresentano un microcosmo, dove la società si riflette in vari stereotipi: dal politico al piccolo imprenditore spaccone, dal cantante squattrinato alla psicologa nevrotica, fino all’insegnante insoddisfatto, Piero, interpretato da Verdone. Ad un ambiente apparentemente festoso e benestante si contrappone una mal celata povertà, fatta di aridità d’animo, ipocrisie e debolezze. È una società dove “sani” e “malati” si scambiano facilmente i ruoli: Fabris, l’unico personaggio ritenuto “malato” viene isolato e se ne va; ed è l’unico che si salva, quasi fossimo di fronte ad una rilettura del tutto originale del capolavoro di Agatha Christie, “Dieci piccoli indiani”. Infatti, nessuno dei personaggi risulta davvero “innocente” nei confronti della vita: chi è diventato quello che non voleva, chi non è diventato nulla, chi si illude di essere diventato qualcuno.
Con questo film Verdone entra nell’inverno della piena maturità: la stagione della resa dei conti. Il principale riferimento cinematografico è “Il grande freddo” (1983) di Lawrence Kasdan, ma qui non viene premuto l’acceleratore sugli aspetti politici e generazionali. “Compagni di scuola” non è una scontata critica alla società iperstimolata degli anni ’80 o al conformismo borghese, ma una riflessione sulle dinamiche del comportamento umano: da sempre il potere seduce, il “diverso” viene rifiutato, l’invidia consuma, la nostalgia della giovinezza diventa un rifugio illusorio. Non a caso nel film vengono recitati i versi di Lorenzo il Magnifico – “Quant’è bella giovinezza…” – una riflessione amara sulla fugacità del tempo, valida ieri come oggi. Non è il manto della saggezza ad avvolgere i compagni, ormai adulti, ma quello di una maturità mai raggiunta. In una situazione delicata, il candore di Cristina – il personaggio interpretato da Natasha Hovey – si esaurisce drammaticamente, come testimoniato dalle parole “Io non voglio diventare come voi”.
Siamo agli sgoccioli degli anni ’80 e di speranze ne sono rimaste ben poche. Il mondo bipolare si sta sgretolando e ciò che si preannuncia all’orizzonte appare frammentario e privo di riferimenti. Eppure, come mostrato nel finale del film, l’inverno di “Compagni di scuola” non è la fine di tutto, ma un momento in cui si comprende che la vita va avanti comunque, in attesa di una nuova primavera.
CONCLUSIONI
Nei quattro film che compongono le “stagioni dell’anima” di Carlo Verdone, egli descrive di fatto un percorso ciclico di ricerca dell’identità. I personaggi da lui interpretati – Sergio, Rolando, Carlo e Piero – sono tutti accomunati dal desiderio di esprimere sé stessi.
Tuttavia, come ci insegna Pirandello, l’identità nel mondo moderno è tutt’altro che unitaria, evidenziando il conflitto tra l’essere e l’apparire imposto dalla società: gli individui, per essere accettati e riconosciuti, si trovano spesso costretti ad indossare molte maschere differenti. In “Borotalco” la maschera è, in effetti, una nuova personalità; in “Acqua e Sapone”, invece, è un semplice travestimento che non altera l’io autentico; in “Io e mia sorella” viene abbandonata con una progressiva presa di coscienza; in “Compagni di scuola”, infine, è qualcosa di ormai logoro, indossato da ciascun personaggio per tentare invano di nascondere il fallimento.
Col suo sguardo comprensivo, Verdone ci ricorda però che dietro ogni maschera si nasconde il medesimo bisogno di amare ed essere amati per ciò che si è realmente.
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