The Neon Demon. La bellezza che uccide

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Ogni angelo è terribile” (Rainer Maria Rilke)

 

[Attenzione spoiler]

 

Nel 2016 l’anima del regista danese Nicolas Winding Refn consegna al mondo un nuovo film, intriso di bellezza, purezza stilistica e formale: “The Neon Demon”.
Un capolavoro assoluto, che si configura come l’esito di un percorso iniziato molti anni prima, le cui radici sono addirittura rintracciabili nei primi film dell’autore, altamente sperimentali, tra i quali spicca l’originale “Bronson” (2008). La pellicola che però consacra Refn agli occhi del grande pubblico e diventa icona del suo stile cinematografico è l’avvincente “Drive” (2011), che vede nascere la grande amicizia con l’attore Ryan Gosling e gli vale il “Prix de la mise en scène” al Festival di Cannes. In seguito realizza “Solo Dio Perdona” (2013), fortemente simbolico, fatto di sguardi e silenzi densi di significato. In questo tragitto si assiste all’evoluzione dei suoi protagonisti, muovendo da potenti e vigorose figure maschili a delicati, quanto letali personaggi femminili. In “The Neon Demon” Refn condensa le esperienze precedenti, portando a compimento un lavoro maturo, di grande impatto artistico ed estetico.
Un “regista venuto dal futuro” – come lui stesso ama definirsi – in grado di utilizzare nuove modalità espressive per coinvolgere e far riflettere lo spettatore.

 

La trama

Dopo aver conosciuto sul web un aspirante fotografo, Jesse giunge a Los Angeles dalla Georgia. Ha da poco compiuto sedici anni ed è in cerca di fortuna come modella. Le cose sembrano andare per il meglio: la sua naturale bellezza, priva di artificio, e la sua innocenza, le consentono in breve di raggiungere una posizione privilegiata. Come un “sole”, Jesse è portatrice di una vitalità unica che desta interesse e suscita attenzioni, anche morbose, in alcune figure, femminili e maschili, che popolano l’ambiguo mondo della moda. La giovane subisce una profonda trasformazione che la conduce progressivamente ad acquisire piena consapevolezza della propria natura e del proprio potere. Abbagliata dal successo, non sembra però cogliere fino in fondo il pericolo che la minaccia; un pericolo fatto di malvagità, ossessione e spietatezza.

 

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Struttura e aspetti tecnici

Tutto comincia dal cuore della storia e dalla comprensione dei suoi temi cardine. Per consentire ai diversi livelli di significato di dispiegarsi, giungendo in purezza allo spettatore, ogni aspetto tecnico di un film deve tendere alla perfezione.
Analizzando la fotografia della pellicola in questione, è evidente innanzitutto come ogni singolo fotogramma traduca lo studio approfondito della composizione dell’immagine, nella quale risulta basilare la ricerca di un equilibrio generale. Utilizzando un’impostazione affine al linguaggio della moda, “The Neon Demon” è una splendida apoteosi di colori, luci vivide, talvolta contrastanti, alternate a toni soffusi e onirici; il neon, citato esplicitamente nel titolo, la fa da padrone: questo tipo d’illuminazione artificiale e sfolgorante, che rimanda inconsciamente agli anni Ottanta, racchiude nel nome stesso un  qualcosa di “nuovo” e d’avanguardia.
Un altro aspetto tecnico molto importante da considerare è l’accompagnamento musicale: esso è in grado, tanto quanto la sceneggiatura, di strutturare un film. Cliff Martinez, compositore e storico collaboratore del regista, ha ideato dei brani elettronici pervasivi e fortemente coinvolgenti, tali da trasmettere emozioni e veicolare i concetti sottesi alle scene. Ne sono un esempio le ipnotiche “Neon Demon” e “Runway”, in cui troviamo, ancora una volta, le sonorità tipiche degli anni Ottanta (Vangelis e Giorgio Moroder in primis), potenziate da vortici pulsanti di note in cui lasciarsi precipitare; note che diventano incantesimi, sussurrati, come richiami lontani a cui è impossibile sottrarsi.
Rendere i singoli elementi tecnici una composizione armonica non è scontato. Per centrare l’obiettivo, Refn ha filmato la storia in ordine cronologico; scelta rara poiché più dispendiosa, ma fattibile quando si tratta di produzioni a basso budget, caratterizzate, ad esempio, da location non troppo distanti l’una dall’altra. La presenza di diversi produttori indipendenti ha permesso al regista di operare con maggiore libertà decisionale. Tramite una gestione oculata del budget e seguendo un metodo di lavoro rodato nel tempo, i benefici sono stati più che evidenti: il montaggio è stato eseguito quasi in tempo reale, il che ha permesso di osservare passo passo la nascita del film e di apportare delle modifiche alla sceneggiatura in corso d’opera; per gli attori, inoltre, questa modalità è stata un aiuto non indifferente: i personaggi evolvevano gradualmente e gli interpreti con loro, contribuendo ad una maggiore immedesimazione e verosimiglianza.

 

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I riferimenti artistici

Vi sono due principali rimandi al mondo dell’arte. Il substrato che permea l’intera pellicola è rappresentato dalla corrente Metafisica: questa è particolarmente marcata in alcuni fotogrammi, nei quali la realtà esibita assume toni misteriosi ed inquietanti. Non vediamo i manichini cari a quest’arte; eppure i personaggi appaiono sovente come soggetti ieratici e statuari, o addirittura come automi depersonalizzati, coinvolti in un meccanismo del quale sono servitori. Un’arte che trascende la materia, che si muove oltre gli aspetti tangibili della quotidianità, per condurre chi la osserva a considerazioni più alte. Un’arte pittorica, con grandi maestri come gli omonimi de Chirico e Morandi, traslata nell’arte della fotografia cinematografica, in grado di trasmettere un senso di vuoto, sospensione temporale e spaesamento. Provare queste sensazioni in una megalopoli come Los Angeles sembra un ossimoro; tuttavia, Refn è riuscito a comunicare questa particolare condizione di isolamento, non rara in città come queste.
Il secondo riferimento artistico, saldamente ancorato al primo, è il Simbolismo: tale corrente spinge l’osservatore in una dimensione altra, mediante l’utilizzo, per l’appunto, di simboli e suggestioni. In questo modo vengono indagate tematiche quali il sogno, l’irrazionale e l’inconscio. Osservando i personaggi femminili descritti nel film, riconosciamo figure conturbanti, malate e mortifere, che incutono paura e soggezione… proprio come visibile in alcune opere dei maestri delle Secessioni: Edvard Munch, Franz von Stuck e Gustav Klimt.
Ulteriori citazioni impreziosiscono la pellicola, prima fra tutte quella presente nel fotogramma iniziale: si tratta della rivisitazione de “La Morte di Marat”, celeberrimo dipinto di Jacques-Louis David. Un’opera scandalosa, che mostra come un demone possa essere, al contempo, anche una vittima.

 

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I riferimenti cinematografici

Volgendo lo sguardo all’ambito cinematografico, “Suspiria” (1977), di Dario Argento, è il riferimento per eccellenza: l’attenta scelta dei colori, l’utilizzo della luce e l’importanza dell’accompagnamento musicale rimandano chiaramente al maestro italiano, al quale Refn è molto affezionato, come ha più volte sottolineato in alcune interviste. Anche la componente fiabesca alla base della storia e la scelta di una protagonista femminile, catapultata in un micromondo iper-competitivo, non appaiono casuali, bensì studiate alla perfezione per essere rielaborate con maturità e stima.
Partendo da questi presupposti, il regista decide di focalizzare l’attenzione su un tema ben preciso: la bellezza. Come altri fecero a suo tempo, Refn riflette minuziosamente su questo argomento e sulle dinamiche ad esso correlate: nello straordinario “La più bella serata della mia vita” (1972), di Ettore Scola, la bellezza è la tentazione a cui il protagonista non sa resistere; nel fanta-thriller “Looker” (1981), di Michael Crichton, è un elemento di persuasione e manipolazione; nello spassoso e delicato “Acqua e sapone” (1983), di Carlo Verdone, è la “prigione dorata” nella quale una giovanissima modella trascorre la sua vita.
Un tema spinoso insomma, sovente banalizzato e mal interpretato nel quotidiano; sicuramente poco capito.

 

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Bellezza e ossessione

La bellezza e l’ossessione che l’accompagna è il tema centrale dell’opera; per parlarne è indispensabile comprendere le sfumature di significato che ne stanno alla base.
Attualmente, molti ritengono che la bellezza sia esclusivamente relativa all’interpretazione personale; in altre parole, il nostro gusto sarebbe l’unico metro di giudizio per determinare ciò che è bello e ciò che non lo è. La tecnologia ha oltremodo conferito al singolo individuo il potere di classificare e giudicare, sulla base di visualizzazioni e apprezzamenti.
Non possiamo però trascurare che i gusti siano facilmente influenzabili, per cui emerge la necessità di individuare un riferimento concettuale per la bellezza, radicato nella Natura e che si traduce in una “grazia” di kantiana memoria. È un attributo con cui si nasce oppure no, non può essere appreso né tantomeno insegnato. Refn va però oltre, parlando di un dono divino, tratto distintivo di un carattere magnetico ed impavido, una “luce” di cui solo Jesse è portatrice.
Le altre figure femminili, Ruby, Gigi e Sarah, sono indubbiamente belle, ma nessuna di esse possiede quella particolare caratteristica: Ruby si trucca per sentirsi sicura ed attraente; Gigi si è sottoposta a molte operazioni di chirurgia estetica, tanto da essere definita “la donna bionica”; Sarah è “spenta”, priva di energia vitale, come fosse già morta. Una bellezza accompagnata da alterazione, artificialità o aridità d’animo non potrà mai essere vera.
Nella pellicola, come nella realtà odierna, assistiamo però ad un fatto scioccante: la bellezza perde quella funzione educativa auspicata da Schiller, diventando semplicemente un “mezzo” per emergere ed ottenere vantaggi. “La bellezza non è tutto. È lunica cosa”, recita una delle battute più note del film. Una visione estrema che, seppur accompagnata da un certo cinismo, riflette il potere che oggigiorno deriva dalla bellezza. Jesse prende sempre più coscienza di questo potere, passando dall’essere la dolce ragazza indifesa alla donna “felina”, sicura di sé. Questo passaggio risulta particolarmente evidente nella scena della sfilata: dopo aver osservato la propria immagine riflessa nello specchio, Jesse non è più la stessa; subisce un profondo cambiamento e, intrappolata dal suo stesso narcisismo, comincia ad amare solo sé stessa.
La protagonista ci appare, al contempo, come un angelo e un demone; l’antidoto e il veleno che si propaga per Los Angeles, la bellezza e l’ossessione per la bellezza.

 

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Esoterismo e Alchimia

Numerose scene mostrano come lo specchio sia, a livello simbolico, un elemento di centrale importanza lungo il corso del film. Esso consente al singolo di “uscire dal sé” e di osservare il proprio “doppio”; la fedele rappresentazione dei tratti somatici di una persona, ma ancor più lo schiudersi della sua interiorità. Nello specifico, ognuno dei personaggi risponde in modo differente alla duplicità che li connota, quindi, al proprio riflesso: per Ruby lo specchio è il mezzo tramite il quale assicurarsi che tutto sia perfetto; Gigi può ammirarsi solo attraverso una “maschera”, vale a dire l’aspetto donatole dal chirurgo estetico; Sarah odia sé stessa e non riesce più a guardarsi. Jesse, invece, si ama e si desidera a tal punto da arrivare a baciare la propria immagine.
Lo specchio, d’altronde, è tradizionalmente presente nelle fiabe, spesso associato alla vanità. Nel corso dei secoli viene però sovente riconosciuto come riferimento alla Verità, fin dai tempi di Platone, che sul riflesso pone il fondamento della sua filosofia. È simbolo, per eccellenza, di una forma di conoscenza esoterica, cioè segreta ed elitaria. “Attraversare lo specchio” è quindi metafora del passaggio che segna un cambiamento radicale e l’iniziazione di chi lo attraversa.
Restando in ambito esoterico, nella pellicola sono evidenti i rimandi all’Alchimia, ossia ad una modalità pseudo-scientifica di interpretazione e manipolazione della Natura. In effetti, il mutamento di Jesse o, per meglio dire, la sua “trasmutazione”, corrisponde, per certi versi, alla cosiddetta “Grande Opera”. La materia, sotto l’azione del fuoco, si trasforma attraverso quattro fasi, contraddistinte da specifici cambi di colore: Nigredo (annerimento), Albedo (sbiancamento), Citrinitas (ingiallimento) e Rubedo (arrossamento). Allo stesso modo, Jesse percorre il suo cammino ritrovando i medesimi colori: la penombra della discoteca, la luce abbagliante dello studio fotografico, la pittura dorata che ricopre il suo corpo, la luce rossa della sfilata e del sangue finale. La ragazza viene così riconfigurata, plasmata, muore e rinasce.
La vicenda, pur essendo ambientata nella contemporaneità, dialoga con il passato, immettendo lo spettatore in una dimensione arcana che ha a che fare con la magia.

 

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Religione e stregoneria

Il discorso viene poi ampliato alla sfera del soprannaturale. Se nel precedente “Solo Dio Perdona” (2013) la struttura religiosa era evidente fin dal titolo, qui Refn inserisce riferimenti meno espliciti, scegliendo di indagare l’ambito demonologico e stregonesco attraverso simboli – tra cui l’onnipresente triangolo – e immagini che vanno oltre il loro apparente significato.
L’ingresso di Jesse nella discoteca, una moderna “selva oscura”, potrebbe rappresentare il suo accesso agli inferi e l’incontro con le tre figure allegoriche dell’Inferno dantesco: Ruby, la lussuria, Gigi, la superbia, e Sarah, l’avarizia. Le tre “fiere” rimanderebbero anche alle tre “madri”, descritte da Dario Argento prima in “Suspiria” (1977) e poi in “Inferno” (1980). E il Diavolo? In questo frangente potrebbe essere impersonato dal fotografo, che nota subito Jesse e l’osserva con pungente insistenza. Tuttavia, sono solo alcune delle possibili interpretazioni: con sfumature differenti, svariati sono i personaggi che nel film indossano vesti demoniache; la protagonista, ad un certo punto, diverrebbe lei stessa un demone, perlomeno nell’accezione greca del termine, che non presuppone riferimenti satanici.
Jesse porta scompiglio in un ambiente governato da donne, almeno in apparenza, con le loro fragilità ed invidie. La natura stregonesca di queste figure femminili, già accennata nel rimando sabbatico della discoteca, emerge a poco a poco nel corso della pellicola, manifestandosi in modo subdolo e vendicativo. Sacrifici rituali, riti propiziatori, necrofilia… Refn sottolinea gli aspetti più inquietanti della stregoneria, declinati nello spasmodico desiderio di possesso e rigenerazione. Un tratto comune al fenomeno del vampirismo, puntualizzato dalle scene in cui il vermiglio liquido corporeo ricopre un ruolo centrale.
Le streghe tenteranno di carpire il “segreto” dell’unicità di Jesse, giungendo ad esiti inimmaginabili. Il cannibalismo, fin dai tempi antichi, costituisce infatti l’estremo atto di sopraffazione sul nemico, così da assorbirne il potere e guardare attraverso i suoi occhi.

 

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Epilogo

Così come ogni riflesso innanzi allo specchio è singolare, la reazione all’assimilazione della bellezza lo è altrettanto. Ruby appare calma, serena ed appagata; Gigi riesce solo apparentemente nell’impresa, rendendosi presto conto di quanto per lei questo assorbimento sia innaturale, ancor più dei ritocchi estetici; Sarah, invece, da tempo al bivio fra la vita e la morte, acquisisce da Jesse tutto quel che può, trattenendolo dentro di sé, perché ciò rappresenta la sua ultima speranza.
La parte conclusiva del film eleva all’ennesima potenza le sensazioni percepite in precedenza: il regista guida lo spettatore in un viaggio che tocca le radici dell’horror, costruendo scene che generano attrazione e repulsione al contempo. In particolare, nell’“equazione della paura” ricercata da Refn, le donne e la sessualità rappresentano delle costanti.
Ma cos’è il “Neon Demon”? Sicuramente non un concetto univoco o una definizione riassumibile in poche righe; piuttosto il simbolo di una forza che pervade il nostro mondo, ancora troppo ambigua per essere compresa a fondo… come un fuoco che, nel suo divampare, distrugge tutto ciò che incontra lungo il suo cammino, portando però con sé anche il principio della rinascita.

 

[Disclaimer]

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